Non sono impazzito. C’è una ragione se posto una fotografia invernale della mia Val d’Aosta quando fuori fanno quasi 35 gradi. Nelle interviste mi chiedono spesso se dietro il titolo del mio debut album ci sia un significato preciso. Io rispondo che MATTINO BLU ELETTRICO è un chiaro riferimento alla mia adolescenza, a quando aspettavo che il sole sorgesse dietro le montagne. Il cielo si tingeva di profonde tonalità cobalto. L’ombra scivolava via dalle cime circostanti come un sipario.
Quando abiti in montagna ed è inverno quel momento lo aspetti con trepidazione. La luce cade nella valle, la invade come la lava che cola dalle pendici di un vulcano. Impossibile non farsi prendere dall’ottimismo, dalla voglia di rimboccarsi le maniche.
Ho provato la stessa sensazione anche a Milano, la mattina presto, quando faceva un freddo cane, appena uscito dalla discoteca. Non avevo voglia di tornare a casa subito. Camminavo con le mani in tasca, per le strade deserte covando la voglia di cambiare e migliorare. Mi sentivo sfinito ma ancora pieno di propositi come se l’alba di un nuovo giorno avesse il potere di far crescere dentro di me una positività insperata, un coraggio che pensavamo di non possedere.
D’estate la sensazione non cambia, anzi diventa più forte. Penso all’odore della notte, alle cene lunghe con gli amici, a quelle chiacchierate condite da lunghi silenzi quando il mondo circostante dorme. Penso ai viaggi in macchina, tornando da una festa, in città, come al mare. Alla fine della notte c’è sempre questo sentimento sospeso che ci attende. E’ la solitudine che ci prende dolcemente alla gola. E’ la vita che invade il corpo e ci induce a reagire. E’ guardare il cielo mentre cambia colore. Significa partecipare di quella mutazione e sentirsi ancora in gioco. Un’altra chance, un’altra speranza, un’altra storia da raccontare.









