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NEW YORK (part two)

Voglio partire da Spike Lee e dal suo meraviglioso film intitolato “La 25a ora“. Parto dalla famosa scena del monologo allo specchio di Edward Norton in cui il protagonista Montgomery, spacciatore di droga incastrato dalla polizia e destinato al carcere, si sfoga con il suo doppio riflesso e se la prende con New York. E’ il ritratto impietoso di una metropoli violenta, ricca di contrasti ma nonostante tutto terribilmente affascinante. Spike Lee ha sempre denunciato il fallimento del melting pot e dell’integrazione razziale; ma mai era stato così diretto, così schietto. New york è una città di individualità, di etnie divise che si tollerano, a volte con fatica. Eppure il montaggio di immagini colorate che scorrono sotto le violente parole recitate da Norton creano un paradosso emotivo. L’odio si trasforma in amore sconfinato. Amore conflittuale e disperato, ma pur sempre amore.
Ho pensato a “La 25a ora” mentre camminavo per le strade di Alphabet City, un quartiere incredibile vicino all’East Village. Le strade invece di essere numerate sono contraddistinte da una lettera dell’alfabeto. I palazzi sono alti, squadrati, ricordano l’atmosfera razionalista di Berlino. Sono abitati da immigrati molti dei quali italiani, greci, tedeschi.
Lì ho conosciuto Kostas, un greco emigrato negli Stati Uniti diversi anni fa, titolare del diner “Alphabet Cafè” su A Avenue.

Un diner è paragonabile ad una classica tavola calda, tipica americana e vista in numerosi telefilm (tipo Peach Pit di Berverly Hills 90210 o Arnold’s di Happy Days per intendersi: banconi con seggioloni e tavoli da 4-6 posti con divani in pelle rossa in stile anni ’60.

Quando Kostas capisce che sono italiano dice “una fazza, una razza”. Poi si lascia andare alla nostalgia per la sua terra lontana. Mi racconta la storia di Alphabet City: i primi insediamenti di emigrati tedeschi, poi l’arrivo della droga, la malavita ad essa collegata.
E’ come ritrovarsi in una sequenza de “La 25a ora”. Respiro l’aria di New York, l’aria contagiosa che ha l’odore dei Pretzel venduti dai pakistani agli angoli delle strade e del vapore aromatico (sa di schiuma di carnevale) che esce dai tombini.
Mille identità e nessuna. Il contagio si infiltra nei polmoni si irradia nel vene e finisce direttamente nel cuore. Dopo mezz’ora non ti chiedi da che nazione provengano le persone intorno a te. Ti si apre la mente e vuoi conoscerle, anche solo per un minuto: tutte queste persone che partono da lontano e arrivano a New York con un sogno nel cuore. Li ascolteresti per ore parlare per scoprire che siamo tutti diversamente uguali su questa terra.

 

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